I diversi destini delle lingue

Da una discussione culturale tra il rabbino capo della più antica comunità ebraica del mondo e uno storico della lingua italiana, può venire fuori un contributo importante sul diverso ruolo della lingua nel culto e nella sua fruizione più generale. Il riferimento è all’ebraico e al latino dal quale ultimo deriva (non sola come si sa) la lingua italiana. L’ebraico è vivo da alcune migliaia di anni...

L’ebraico è vivo da alcune migliaia di anni (il suo calendario, infatti, segna oggi l’anno numero 5771, più o meno il doppio degli anni del latino che, però, ha quasi cessato del tutto la sua funzione), nonostante che per diciannove secoli gli ebrei non abbiano più avuto una propria patria. Cioè il luogo nel quale la lingua avrebbe dovuto (o potuto) creare un riconoscimento del popolo dei parlanti e anche modificarsi così come è capitato a tutte le altre lingue antiche sino a trasformarsi in lingue affatto diverse e difficilmente comunicanti. E forse proprio alla diaspora e alla drammatica sequenza delle varie persecuzioni culminate con l’orrore dell’olocausto, la lingua custodita dalle scuole rabbiniche e nel culto deve oggi la sua straordinaria sopravvivenza, avendo essa ritrovato con la nascita dello Stato d’Israele, il rango di lingua (scritta e parlata) nazionale e, comunque, al di fuori di quei confini una parte di quel lessico ha conservato (e incrementato) la carica identitaria di una etnia riemersa dalla tragedia.

Assai diverso in ordine alla sua sopravvivenza, il destino del latino, il quale pur avendo una lunghissima coda cultuale (il latino è ancora, almeno formalmente, la lingua ufficiale della Chiesa Cattolica) in ambito religioso, da oltre mille anni (difficile stabilire il periodo in cui effettivamente esso si trasfuse nel primo volgare italiano) esso non solo non è più parlato, ma neppure è comprensibile – ad esclusione di pochissimi studiosi – a chi lo sente. Il latino oggi non stimola alcun richiamo identitario, se non in alcune locuzioni in forma di massima e di motti (anch’essi in via di progressiva scomparsa), né si vede come potrebbe averne nuovamente.

La differenza che rende impossibile l’equazione ebraico e latino come lingue rituali, perciò, va ricercata nell’origine: l’ebraico è la lingua naturale del culto e della tradizione talmudica degli ebrei, mentre la Chiesa è nata con lingue differenti e, come insegnano le Chiese apostoliche, non è mai stata monolingua.

E se è vero che praticamente fino a ieri il latino è sopravvissuto nel culto, è ancora più vero affermare che anche in ambito religioso (mi riferisco al caso italiano) la lingua volgare si è proposta come terreno di riconoscimento della fede popolare. In altre parole si può pensare che difficilmente con l’uso del solo latino, la Chiesa sarebbe sopravvissuta nei popoli dell’Europa delle lingue romanze. La loro religiosità, infatti, seguì percorsi linguistici volgari (laudi, sacre rappresentazioni, predicazione e, soprattutto, la Divina Commedia da considerarsi la prima enciclopedia cattolica), istaurando una duplicità di livelli di consapevolezza che nei secoli ha finito per suscitare importanti problemi non solo sul piano dottrinale, ma anche dei comportamenti e della disciplina ecclesiastica.

In questi stessi secoli il latino (che Carlo Magno scelse come lingua ufficiale del Sacro Romano Impero) oltre ad essere utilizzato negli atti ufficiali di magistrature e amministrazioni diverse di molti stati e particolarmente in quello pontificio, è stata la lingua dei dotti sia umanisti, sia scienziati. Con l’avvento dei “lumi” e dei processi di cambiamento indotti dall’industrializzazione, l’uso della lingua latina è via, via scemato anche all’interno dell’intellettualità con la sola eccezione del diritto i cui formulari, come si sa, sono rimasti in uso più a lungo.

Le domande che uno potrebbe porsi su tali argomenti, ovviamente, sono numerose. Soprattutto se si stabilisce il confronto tra l’ebraico e l’italiano, colti alla loro origine. Riguardo all’antichità dell’ebraico, infatti, gli studiosi tendono ad associare la nascita della lingua alla sfera del sacro, quasi che le sue prime parole siano state plasmate sull’immagine religiosa e solo (o quasi) in funzione di essa. Laddove Sacra Scrittura e Storia Sacra risulterebbero di fatto coincidenti.

Diversamente – come si è accennato – l’origine della lingua italiana (che pure al suo inizio ebbe spazio anche nell’ambito religioso, se ad esempio pensiamo al “Cantico delle creature”), non è coincidente con quella del popolo in quanto cresce nella reciproca contaminazione degli idiomi più prossimi del continente e del bacino mediterraneo. Solo dopo alcuni secoli (si può pensare al De Vulgari Eloquentia di Dante), infatti, gli uomini del medio evo presero coscienza (“Ai serva Italia di dolore ostello…” e “Italia mia benché il parlar sia indarno”) che attorno a una lingua cresceva un popolo. Una nazione. Ma intanto quella lingua era già strumento (soprattutto nel senso più pratico degli scambi commerciali), senza aver dovuto pagare alcun pedaggio nei territori del “sacro” nei quali il latino pur dominando, lentamente si separava dalla vita civile che, invece, ben si riconosceva nel volgare.

Del resto si sa che l’uomo medievale “a una dimensione” puramente religiosa non è mai esistito, avendo egli messo in atto procedure assai raffinate, per lavarsi la coscienza dai peccati (che evidentemente commetteva) e, quello che conta, dall’obbligo delle penitenze le quali erano cedute dietro compenso a chi, per necessità, conveniva addossarsene l’onere (la penitenza “tariffata”). Senza neppure dovere accennare alla questione della dottrina dell’indulgenza e del “fuoco purgatorio” (San Bonaventura). E questo spiega le pratiche dell’ ”Amor cortese” che con nomi diversi durarono fin dentro il ‘700. Ma – ed è l’argomento decisivo della differenza – il volgare con le sue parole mutuate dagli altri idiomi (Guelfi e Ghibellini), divenne al suo sorgere la lingua della lotta politica. Confermata poi dalle “cronache” e dalle scritture notarili. Testi d’interesse storico che tuttavia si completano affiancandoli alla poesia e, più in generale, alla letteratura.

Se, dunque, il primo ebraico (lingua e nazione) si svolge attorno al culto e alla “parola” (così gli ebrei dicono quelli che noi chiamiamo “comandamenti”) del decalogo, il primo italiano, invece, prende forma definita sulla descrizione dei documenti mercantili e quindi sui nomi della politica e sui codici dei sentimenti (“Al cor gentile repara sempre amore…”) e dell’ironia (“Preti non v’abbia mai, né monisterio lasciate predicare i preti pazzi che hanno assai bugie e poco…”). L’italiano nasce così in una dimensione naturale di laicità anche se, evidentemente allora non c’era consapevolezza di questo termine neppure in uso come il contrario di ecclesiastico. E si dovrà arrivare a Ludovico Antonio Muratori per sentire finalmente in pieno 700 la domanda pressante dell’uso della lingua volgare nella liturgia, almeno per le letture della messa. Ma quelle richieste dovettero essere stampate con lo pseudonimo di Lamindo Pritanio (al quale il prete e storico modenese, dovette ricorrere pure nella sua polemica per la riduzione dell’esorbitante numero delle feste di precetto). Dando ragione così di una “forzata” e, a questo punto voluta, estraniazione dell’italiano dalla sfera del sacro, nella quale, per il bene stesso della fede, esso voleva entrare. Il contrario esatto della vicenda dell’ebraico il quale, dopo più di cinquemila anni, resta impavidamente padrone del culto e dell’identità stessa del popolo.