Un organismo in divenire

La storia della parola è quella della comunità dei parlanti e della loro cultura che quella parola comunica indipendentemente che essa sia presa a prestito da un’altra lingua o ne sia un calco semantico. In questo senso la parola è uno specchio nel quale la comunità guarda la sua storia e di essa i dizionari e le grammatiche non colgono che delle istantanee, mentre il processo di trasformazione incessantemente continua.

Contributo di Luca Tiberi

La lingua è un fatto sociale: ben lungi dall’essere “per natura”, come affermava Socrate nel dialogo platonico intitolato a Cratilo, essa funziona secondo modalità da investigare come strettamente legate alla comunità dei parlanti, al punto da rifletterne piuttosto fedelmente la storia. Se si prende, ad esempio, il Greco antico, da una parte abbiamo una struttura davvero poderosa e sistematica in termini di morfologia, sintassi, lessico, ecc., dall’altra abbiamo una serie di fenomeni che continuamente modellano e rimodellano questa mole di materiali, quali appunto l’analogia e le leggi fonetiche, che fanno sì che si possa parlare di una storia della lingua, cioè di un organismo in divenire. In questo senso anche il patrimonio lessicale di una lingua in qualche modo ne traccia una storia, che evidenzia dinamiche interne e contatti con altre comunità linguistiche, cioè sovrapposizioni (invasioni, ecc.) o semplici scambi di parole; tale è il caso, per passare all’Italiano, dei prestiti dal Longobardo (guerra, ecc.) o di parole come “scarafaggio” o “bifolco”, che risalgono perfino ad un sostrato italico, consegnato attraverso il Latino fino alla lingua di oggi. Ancora: non è una caso che la gran parte dei nomi di pianta in Greco antico non si lasci analizzare secondo i classici schemi dell’etimo indoeuropeo, ma risalga alla lingua o alle lingue che venivano parlate nella penisola greca ben prima delle invasioni del 2. Millennio a.C. La storia di una parola quindi è storia di una comunità di parlanti e della loro cultura, veicolata attraverso quella parola e qui conta poco il fatto cha questa parola sia o no un prestito o un calco semantico da un’altra lingua. Al contrario quello che conta veramente è che l’innovazione entri o no a far parte del sistema che consente a individui membri della stessa comunità linguistica di intendersi gli uni con gli altri, cioè la sua fortuna: in questo si può parlare anche di politiche linguistiche, cioè di tutta una serie di attività che filtrano e pilotano l’introduzione di elementi estranei in una lingua in modo tale da preservare quello che si ritiene un elemento importante della propria identità nazionale; questo è, ad esempio, il caso della Francia e del suo filtrare tutti i termini legati al mondo dell’informatica, tradizionalmente anglofono, o, in ben altro contesto culturale, dell’Italia del ventennio, autarchico anche linguisticamente.

Se dunque la parola è lo specchio nel quale una comunità guarda la sua storia, si capisce come grammatiche e dizionari altro non siano che delle istantanee che colgono con un certo ritardo sul presente una realtà incessantemente in movimento e continuamente in marcia verso il futuro.

Luca Tiberi